Diario di viaggio Egitto 2026
DIARIO DI VIAGGIO EGITTO 2026
dal 31 gennaio al 7 febbraio 2026
Sabato 31 gennaio 2026
Il 31 gennaio 2026 era una di quelle mattine in cui senti già, ancora prima di chiudere la valigia, che stai per entrare in una parentesi speciale della tua vita. Con l’esperienza di tanti viaggi alle spalle e quell’entusiasmo un po’ ragionato – meno frenesia e più gusto per i dettagli – mi accingevo a intraprendere il mio viaggio in Egitto con un tour organizzato. Davanti casa ho incontrato il mio amico, entrambi con lo sguardo ancora un po’ assonnato ma già proiettato verso il calore del deserto egiziano, insieme ci siamo recati all’aeroporto di Verona dove abbiamo incontrato il personale del Tour Operator che chi ha indicato il banco del check-in. Il check-in è stato il primo piccolo rito di passaggio: valigie sul nastro, controlli di sicurezza, passaporto in mano e quella prima sensazione di distacco dalla quotidianità, come se l’Italia fosse già un po’ alle mie spalle nonostante fossi ancora a Verona.
In attesa dell’imbarco abbiamo iniziato a respirare l’aria del viaggio: gli altri passeggeri con le guide turistiche dell’Egitto in mano, qualcuno che sfogliava mappe del Nilo, il mormorio delle persone che parlavano di piramidi e sfingi. Io e il mio amico scambiavamo qualche parola sul fatto che finalmente stavamo andando a vedere dal vivo quei nomi che per anni avevamo solo letto nei libri: Luxor, la Valle dei Re, Karnak. Abbiamo preso un caffè al bar dell’aeroporto, guardando i tabelloni delle partenze che scandivano la distanza tra il solito e l’eccezionale. Il volo per Luxor rappresentava il confine netto tra il “prima” e il “durante”.
Una volta saliti sull’aereo, mi sono sistemato al mio posto vicino il finestrino con quella calma consapevole di chi sa che sta iniziando un viaggio importante. Fuori dal finestrino, l’inverno italiano, grigio e trattenuto; nella mia testa, l’immagine idealizzata dell’Egitto: cielo terso, luce dorata, il Nilo come una striscia scura che taglia il deserto. Durante il volo, tra chiacchiere con il mio amico e momenti di silenzio, ho chiuso gli occhi per immaginare l’arrivo a Luxor, il primo contatto con una civiltà che, più che un Paese, è quasi un mito personale.
L’arrivo a Luxor verso le 18.00 aveva il sapore delle scene che si imprimono in modo indelebile nella memoria. Appena uscito dall’aereo, l’aria mi ha avvolto con una temperatura diversa, più mite, con un odore particolare, un misto di polvere, lontano profumo di spezie e umidità del Nilo. Il cielo, tra il tramonto e il crepuscolo, colorava l’orizzonte di sfumature arancioni e violacee. In quell’atmosfera sospesa mi sono reso conto davvero di essere in Egitto. All’uscita dell’aeroporto agli arrivi ci attendeva la guida, con un cartello del tour operator, pronta a raccogliere il nostro gruppo che da lì in avanti sarebbe stata la nostra piccola famiglia di viaggio.
È stato in quel momento che io e il mio amico ci siamo uniti alle altre otto persone del gruppo. I primi saluti sono stati un po’ formali, con i classici scambi di nome, città di provenienza, qualche frase sul volo appena concluso. Guardavo i volti dei compagni di viaggio, cercando di intuire chi sarebbe stato più chiacchierone, chi più silenzioso, chi avrebbe fatto più foto, chi avrebbe riempito le giornate di domande. Era un gruppo eterogeneo ma accomunato dalla stessa scelta: dedicare una settimana all’Egitto, e questo creava subito un filo comune, una complicità iniziale, anche se ancora timida.
Domenica 1° febbraio 2026
La mattina del 1° febbraio 2026 è iniziata con una luce diversa, quasi irreale, la debole luminosità lunare prima dell’alba filtrata attraverso la tenda della cabina. Mi sono svegliato molto presto, alle 4.40, con quella sensazione tipica del primo vero giorno di viaggio: per un istante non ricordavo dove fossi, poi il lieve rumore del Nilo e l’arredamento della stanza hanno rimesso tutto al proprio posto. Ero sulla motonave, in Egitto, e davanti a me mi aspettava una giornata piena, probabilmente una delle più intense dell’intero viaggio. Mi sono alzato con una calma attenta, sentendo ogni gesto – lavarmi il viso, vestirmi, controllare lo zainetto e verificare che contenesse la GoPro e le batterie di riserva – come parte di un piccolo rituale preparatorio, prima di entrare in contatto con la storia millenaria che mi aspettava oltre la scaletta della nave. A colazione il mio amico, come sempre, aveva già una battuta pronta, il suo modo di alleggerire l’emozione e trasformarla in un sorriso condiviso.
Il primo impatto con la mattina a Luxor è stato quello della temperatura: un’aria fresca ma già più morbida rispetto all’Italia, un fresco che sapevo sarebbe diventato rapidamente tepore e poi calore vero. Con il gruppo che si raccoglieva intorno alla guida, mi sono sentito parte di una piccola spedizione. Non mi sembrava solo una gita turistica: per me era una sorta di pellegrinaggio laico nella memoria dell’umanità. Salendo sul pullman diretto verso la sponda ovest del Nilo, il pensiero di attraversare quel fiume che avevo visto mille volte in fotografie e documentari mi ha toccato più del previsto. Guardavo fuori dal finestrino e sentivo che quell’acqua, tranquilla e continua, aveva visto passare generazioni di uomini, dinastie, imperi e viaggiatori, e adesso, per un breve frammento di tempo, c’ero anch’io.
La sponda ovest, la terra dei morti per gli antichi egizi, mi ha accolto con un paesaggio che mescolava il reale e il simbolico. Prima di arrivare al Tempio di Hatshepsut, ci siamo fermati ai Colossi di Memnone. Vederli apparire davanti a me, isolati nella pianura, è stato come trovarsi al cospetto di due antichi guardiani stanchi ma imperturbabili. Mi sono avvicinato e ho alzato lo sguardo verso quelle gigantesche figure sedute, erose dal tempo ma ancora maestose. Ho provato a immaginare come dovessero apparire quando erano integri, forse colorati, nuovi, in un contesto completamente diverso da quello di oggi. C’era qualcosa di malinconico in quella visione: due colossi che hanno visto cambiare tutto intorno a loro, e che restano lì, immobili, a osservare un mondo che non somiglia più a quello per cui sono stati creati. Accanto a me, il mio amico scherzava sui nostri “acciacchi” a confronto con i secoli che quei colossi portano addosso, ma dentro sentivo che quel contrasto tra grandezza e usura parlava anche di noi, della nostra fragilità, del nostro modo di invecchiare e di resistere.
Solo dopo questa sosta siamo arrivati al Tempio di Hatshepsut, e l’ordine delle visite ha reso l’impatto ancora più forte. Dopo l’isolata potenza dei Colossi di Memnone, trovarmi davanti a quella struttura monumentale incastonata nella roccia mi ha dato la sensazione di entrare in un racconto che diventava via via più complesso. Avvicinandomi al tempio, con le sue terrazze sovrapposte e le colonne che disegnavano linee severe e armoniose, ho sentito che qui la storia prendeva anche una dimensione profondamente umana. Hatshepsut, l’unica donna faraone, smetteva di essere solo un nome letto sui libri: il suo tempio era lì, concreto, solido, testardo. Camminando su quei terrazzamenti, osservando le file di colonne e i rilievi sulle pareti, immaginavo la forza che deve essere servita, in un mondo dominato da figure maschili, per affermare un potere così grande. Quell’architettura così elegante e imponente insieme mi sembrava riflettere proprio questo: una presenza che non ha bisogno di urlare per farsi sentire, ma che occupa lo spazio con una sicurezza calma.
Mentre la guida spiegava dettagli, date, interpretazioni simboliche, io ogni tanto mi staccavo di un paio di passi, non tanto dal gruppo fisicamente quanto mentalmente, per concedermi momenti di silenzio interiore e per effettuare foto con smartphone e GoPro e le riprese video esclusivamente con la GoPro. Guardavo il contrasto tra la facciata chiara del tempio e le pareti rocciose alle sue spalle, tra la regolarità delle linee e la rudezza naturale del paesaggio. Non essendo più un giovanotto certe cose le percepisco in modo diverso: non cerco solo di immagazzinare informazioni, ma di capire che traccia emotiva mi lasciano addosso. Mi sono chiesto quante persone, nei secoli, abbiano camminato in quei corridoi con pensieri simili ai miei, pur venendo da epoche e vite completamente diverse.
La Valle dei Re, visitata nella stessa mattinata, è stata un passaggio dall’esterno all’interno, dalla luce violenta del deserto alla penombra silenziosa delle tombe. Arrivato nel sito, sono sceso dal pullman con un misto di curiosità e rispetto. Guardavo le colline color ocra, i sentieri tracciati, gli ingressi delle tombe che si aprivano come bocche discrete sulla roccia. Sapere che sotto quei rilievi apparentemente spogli si nascondevano camere decorate, corridoi, segreti sopravvissuti a migliaia di anni mi dava una sensazione quasi vertiginosa. Scendendo lungo i corridoi inclinati, sentivo il cambio di temperatura, l’aria più ferma, sospesa, come se anche il tempo avesse deciso di rallentare. I geroglifici sulle pareti mi parlavano in una lingua che non potevo leggere, ma che percepivo attraverso le forme: figure, simboli, colori ancora vividi in alcuni punti, come se il tempo avesse scelto con cura cosa consumare e cosa no.
Più di una volta mi sono fermato a fissare un dettaglio: il volto di una divinità, una barca solare, una scena ripetuta più volte lungo il corridoio. Pensavo a chi, con pazienza e devozione, aveva tracciato quelle linee per accompagnare un faraone nel suo viaggio nell’aldilà. A questa età, camminare in quei corridoi non è solo una curiosità turistica: è anche un confronto con l’idea stessa di durata, di ciò che rimane davvero di una vita. Quando sono tornato alla luce del sole, lasciandomi alle spalle il fresco delle tombe, la Valle dei Re mi è apparsa ancora più potente. Il contrasto tra interno ed esterno esaltava tutto: il cielo alto, la roccia che rifletteva la luce, i passi dei visitatori che si mescolavano al fruscio del vento. In mezzo al gruppo, parlando con il mio amico e con gli altri, sentivo che ognuno stava elaborando a modo suo quel contatto con l’aldilà degli antichi egizi; io percepivo un filo sottile che collegava la mia quotidianità – fatta di abitudini, progetti.
Ho scelto di arricchire il mio viaggio con la visita facoltativa alla tomba di Tutankhamon, un'esperienza che definirei quasi mistica. Tra le 64 sepolture finora scoperte nella Valle dei Re, questa rimane l’unica a essere stata rinvenuta praticamente inviolata, preservando intatto il suo segreto per millenni. Varcata la soglia, ho percorso il corridoio che scende in profondità. In fondo a sinistra, l’emozione si è fatta tangibile: ho avuto l’onore di trovarmi al cospetto del Faraone in persona. La sua mummia riposava lì, distesa e avvolta in un candido lenzuolo bianco che lasciava scoperti soltanto il volto e i piedi, scuri e segnati dal tempo. Il silenzio all’interno della camera era assoluto. Ho provato una profonda forma di rispetto: mi sembrava quasi di profanare un sonno eterno. Per questo, l’ho salutato con reverenza, limitandomi a catturare la sua immagine con una foto e un breve video per custodirne il ricordo, cercando di non turbare la solennità di quel momento. Proseguendo poi lungo il percorso a sinistra, sono giunto nella camera sepolcrale. Le pareti sono un’esplosione di colori e storia, interamente ricoperte di geroglifici e figure rituali che sembrano ancora oggi vegliare sul sovrano. Al centro della stanza domina il maestoso sarcofago, cuore pulsante di un luogo dove il tempo sembra essersi fermato definitivamente.
Il rientro verso la parte est di Luxor, con la visita ai templi di Karnak e Luxor, ha dato alla giornata un’ulteriore profondità. Karnak, con il suo complesso immenso e la sala ipostila, mi ha fatto sentire come se stessi entrando in una foresta di pietra. Camminando tra le enormi colonne, ancora incise di geroglifici, mi sono sentito piccolo ma non schiacciato, quasi protetto da quella scala gigantesca. C’era un’energia particolare in quel luogo, come se le pietre trattenessero ancora l’eco di cerimonie e preghiere antichissime. A un certo punto, fermo tra due file di colonne, ho alzato lo sguardo verso il frammento di cielo incorniciato in alto e ho pensato a quanto sia straordinaria la capacità umana di costruire qualcosa che continui a parlare, con forza, a chi arriva millenni dopo.
Il Tempio di Luxor, vissuto con la luce che iniziava a declinare verso il tardo pomeriggio, mi ha restituito una dimensione più raccolta, quasi intima rispetto alla grandiosità di Karnak. Le statue, i cortili, gli obelischi creavano la sensazione di trovarsi in un luogo dove il sacro e il quotidiano, un tempo, si erano toccati spesso. Camminando tra quelle pietre, con il gruppo ormai più affiatato dopo l’intera giornata condivisa, ho percepito che stavamo cominciando a diventare una piccola comunità temporanea. Qualcuno scattava foto, qualcuno restava in silenzio, qualcun altro ascoltava la guida senza perdere una parola. Io alternavo momenti di ascolto attento a pause in cui mi limitavo a respirare l’atmosfera, scattando foto e registrando video per immortalare i ricordi.
Nel pomeriggio abbiamo proseguito la navigazione del Nilo con un bellissimo tramonto che regalava paesaggi affascinanti di una bellezza straordinaria.
La sera seduto a cena con il mio amico e il resto del gruppo, tra racconti, confronti su quale luogo avesse colpito di più ciascuno mi sentivo esattamente dove dovevo essere. Ero lì per il piacere di esserci, per regalarmi un’esperienza intensa, per aggiungere un capitolo importante al mio personale libro di viaggi.
Il passaggio della chiusa di Esna, avvenuta circa alle 23.00, è stato una sorta di parentesi simbolica. Mentre la motonave veniva lentamente sollevata o abbassata dal livello dell’acqua, osservavo le pareti della chiusa avvicinarsi, l’acqua che si muoveva, le corde tese, i richiami dell’equipaggio. Era un momento tecnico, pratico, ma mi è sembrato anche una metafora: come se il viaggio mi stesse portando da un livello a un altro, non solo sul Nilo ma anche dentro di me. Dal balconcino della camera, guardando il paesaggio scorrere lentamente, sentivo che il ritmo del fiume cominciava a entrare in quello dei miei pensieri. Lontano dalla frenesia quotidiana, iniziavo davvero a rallentare, a lasciare spazio a un tipo di attenzione che nella vita di tutti i giorni spesso non mi concedo.
Prima di andare a dormire ho dato uno sguardo al programma del giorno successivo, ma in fondo sapevo già che qualsiasi cosa ci attendesse avrebbe avuto un sapore speciale, perché sarebbe stata filtrata da questo sguardo maturo e curioso che stavo portando con me lungo il Nilo.
Lunedì 2 febbraio 2026
Il 2 febbraio 2026 è iniziato con una sveglia alle 06.45, un pò più morbida rispetto al giorno precedente. Mi sono alzato nella cabina della Solaris I con una debole luce mattutina che filtrava dalle tende, portando con sé l’odore del fiume e un senso di attesa tranquilla. Non ero più quel viaggiatore frettoloso dei tempi passati: ogni movimento – sciacquarmi il viso, infilarsi una maglietta leggera, controllare lo zaino con l’acqua e la GoPro – era un modo per prepararmi mentalmente a una giornata che prometteva di essere meno caotica della precedente, ma altrettanto profonda.
La colazione a bordo è stata un momento di calma collettiva, con il gruppo che si riuniva piano piano nella sala ristorante, scambiando impressioni residue sulla Valle dei Re e sui templi del giorno prima. Guardavo le facce degli altri otto compagni di viaggio – ormai nomi familiari dopo solo due giorni – e notavo come ognuno portasse il suo modo unico di assorbire l’Egitto: c’era chi condivideva foto sul telefono, chi semplicemente osservava il fiume scorrere fuori dalle vetrate. Io mi sedevo, assaporando il pane fresco e il caffè forte, sentendo che quel galleggiare sul Nilo era già di per sé una forma di lusso: non dover correre, poter lasciare che i pensieri si depositassero come sabbia sul fondo del fiume.
La mattinata ci ha portati al Tempio di Edfu, e il trasferimento dal ponte alla riva ha avuto il sapore di un rituale. Scendendo dal pullman, l’aria calda mi ha avvolto immediatamente, portando con sé un sentore di polvere e incenso che sembrava provenire direttamente dalle pietre antiche. Avvicinandomi al tempio, la sua imponenza mi ha colpito prima di tutto per la completezza: a differenza di Karnak, con le sue rovine parziali, Edfu sembrava quasi intatto, un colosso di granito eretto dal dio Horus in persona. Camminando sotto il grande pilone d’ingresso, con le sue pareti alte coperte di rilievi che narravano battaglie mitiche, ho sentito un brivido di meraviglia: era come entrare in un libro illustrato vivente, dove ogni scena scolpita – Horus che trafigge il caos, faraoni che offrono tributi – parlava di ordine cosmico e di eternità.
Mentre la guida illustrava la dedica del tempio al dio dalla testa di falco, io mi perdevo nei dettagli: fotografando e riprendendo le colonne con capitelli a loto, i soffitti bui che lasciavano filtrare lame di luce solare, i geroglifici così fitti da sembrare un codice segreto ancora leggibile solo da pochi. A un certo punto mi sono fermato in un angolo della sala principale, lasciando che il gruppo proseguisse di qualche passo, per alzare lo sguardo e immaginare le processioni che un tempo animavano quel luogo: sacerdoti con falco al braccio, musica di sistri, il fumo dell’incenso che saliva verso il cielo. Queste visite non sono solo accumulo di nozioni: sono momenti in cui mi confronto con la devozione umana, con il bisogno di creare bellezza per affrontare l’ignoto, e quel tempio mi ha fatto pensare a quanto poco sia cambiato nel profondo di noi, nonostante i millenni.
Tornando sulla motonave, la navigazione verso Kom Ombo ha avuto un ritmo ipnotico, con il Nilo che scivolava via lento sotto lo scafo. Mi sono sistemato sulla terrazza superiore, col mio amico e alcuni del gruppo, osservando le rive che si alternavano: campi verde smeraldo, palme che si chinavano verso l’acqua, villaggi con donne che lavavano panni e bambini che salutavano le barche di passaggio. Quel fluire costante mi entrava dentro, sciogliendo le ultime tensioni residue, facendomi sentire parte di un continuum antico. Parlavo poco, ogni tanto scambiando un’osservazione col mio amico – “Guarda come il fiume sembra vivo, vero?” – ma soprattutto lasciavo che il paesaggio mi parlasse: il sole che saliva alto, l’orizzonte piatto del deserto che incombeva lontano, il suono attutito dell’acqua contro lo scafo. Era come se il Nilo mi stesse insegnando la pazienza, quel rallentare che nella vita quotidiana spesso dimentico.
Nel pomeriggio, l’arrivo a Kom Ombo ha portato un contrasto affascinante: un tempio doppio, dedicato a due divinità opposte eppure complementari, Sobek con la testa di coccodrillo e Horus con quella di falco. Salendo la collina verso il sito, il paesaggio intorno – la pianura aperta, il Nilo che serpeggiava visibile – mi ha dato la sensazione di trovarmi su un palcoscenico naturale. Entrando nel complesso, ho notato subito la simmetria: due ingressi speculari, due sale principali, come se l’architettura stesse incarnando l’equilibrio tra forze primordiali. Camminando lungo il corridoio centrale, osservavo i rilievi di Sobek, feroce e acquatico, e mi chiedevo cosa rappresentasse per gli antichi quel dio rettile: forse la natura selvaggia del fiume, la forza della creazione e della distruzione insieme.
La guida ha raccontato aneddoti sulle mummie di coccodrillo trovate lì vicino, e mentre ascoltavo, mi sono avvicinato a una parete dove un bassorilievo mostrava Sobek in atto di ricevere offerte. Ho passato la mano a pochi centimetri dalla pietra – senza toccarla, per rispetto – sentendo la texture ruvida del granito levigato dal tempo. Il mio amico, poco lontano, mi ha preso in giro dicendo che sembravo un archeologo in erba, ma io ero perso in un pensiero più intimo: vedere divinità ibride come queste mi faceva riflettere sulla complessità dell’animo umano, su come abbiamo sempre cercato di dare forma ai nostri timori e alle nostre speranze attraverso creature impossibili. Il tempio, con la sua doppia anima, mi sembrava un promemoria che la vita è fatta di dualità, e che viverla richiede lo stesso equilibrio che gli antichi cercavano lì.
Conclusa la visita al maestoso tempio doppio di Kom Ombo, dedicato alle divinità Sobek e Horus, ci siamo diretti verso l’adiacente e suggestivo Museo del Coccodrillo.
Questo spazio espositivo, seppur raccolto, custodisce una collezione straordinaria che testimonia l’antico culto egizio per il dio Sobek, la divinità dalla testa di coccodrillo simbolo di fertilità e potenza militare. All’interno delle teche, illuminate con sapienza per creare un’atmosfera quasi solenne, sono esposte decine di mummie di coccodrillo di varie dimensioni, perfettamente conservate grazie alle sofisticate tecniche di imbalsamazione dell’epoca.
È stato impressionante osservare da vicino questi predatori del Nilo, un tempo venerati come incarnazioni viventi del dio. Oltre ai rettili imbalsamati, il museo offre una preziosa selezione di statue votive, steli e sarcofagi in legno, che aiutano a comprendere quanto fosse profondo il legame tra il popolo egizio e la fauna del grande fiume.
La luce del pomeriggio tingeva tutto di un dorato caldo mentre rientravamo sulla nave, e il pernottamento a bordo della motonave ormeggiata a Kom Ombo ha chiuso la giornata con una quiete profonda. A cena, il gruppo era più rilassato, con conversazioni che fluivano naturali: alcuni confrontavano Edfu con i templi del giorno prima. Sdraiato in cabina quella sera, con il Nilo che lambiva piano la fiancata e le stelle visibili dal balcone, ho ripensato ai templi gemelli, al fiume che ci portava avanti, e mi sono addormentato con la certezza che questo viaggio stava ridisegnando qualcosa dentro di me, un passo alla volta, senza fretta.
Martedì 3 febbraio 2026
Il 3 febbraio 2026 si è aperto con una promessa diversa, quella di spingersi ancora più lontano lungo il Nilo, verso Aswan, ma con un’escursione che avrebbe richiesto un risveglio anticipato e un viaggio in pullman prima dell’alba. Mi sono svegliato nella cabina della Solaris I alle ore 3.00 con un cielo ancora scuro fuori dal oblò, il fiume silenzioso e il gruppo che si preparava piano piano per quella che la guida aveva descritto come una delle giornate più epiche. Avvertivo una leggera stanchezza accumulata dei giorni precedenti, ma era una fatica dolce, quella che viene dal sapere che ogni chilometro percorso mi portava più vicino a un luogo che esisteva da solo nei miei sogni fino a quel momento: Abu Simbel. Mi sono alzato con gesti lenti, vestendomi con strati leggeri per il freddo mattutino del deserto, e il mio amico, già pronto, mi ha dato una pacca sulla spalla dicendomi che oggi avremmo visto “i veri giganti dell’Egitto”.
La partenza in pullman all’alba ha avuto un’atmosfera intima, quasi complice: il gruppo di dieci, ormai unito da giorni di visite condivise, si è sistemato sui sedili con la colazione a sacco ritirata all’uscita della motonave e un silenzio sonnacchioso rotto solo da qualche sussurro. Mentre l’autista imboccava la strada che costeggiava il lago Nasser, il paesaggio fuori dal finestrino passava da palme e campi a distese di sabbia pura, con il sole che saliva piano tingendo il deserto di rosa e arancio. Guardavo quella solitudine infinita e pensavo a come Ramesse II avesse scelto proprio quel punto remoto per il suo tempio funerario, quasi a sfidare il tempo e la natura stessa. Ogni sobbalzo del pullman mi ricordava che stavamo lasciando il Nilo per entrare nel cuore del deserto, e quella transizione mi faceva sentire piccolo, ma vivo, parte di un’avventura che pochi nella mia vita quotidiana avrebbero potuto immaginare.
L’arrivo ad Abu Simbel, dopo tre ore e mezzo di strada dritta e monotona, è stato un colpo allo stomaco. Le quattro colossali statue di Ramesse II, scolpite direttamente nella roccia, si ergevano davanti a me come se il tempo non le avesse toccate: alte, severe, con i faraoni sul trono che sembravano osservarci dall’alto dei loro troni eterni. Mi sono fermato all’ingresso del sito, con il lago Nasser scintillante sullo sfondo, sentendo un nodo in gola che non mi aspettavo. Camminando verso il tempio, ho sfiorato con lo sguardo i rilievi delle pareti: scene di battaglie, regine che offrivano incenso, il dio Ra che benediceva il sovrano. Era impossibile non percepire la megalomania di Ramesse, ma anche la sua genialità nel creare un’opera che, smontata e ricostruita nel 1963 per salvare il sito dalla diga, continuava a dominare lo spazio con una forza primordiale. A un certo punto, seduto su una roccia vicina, ho lasciato che il gruppo si allontanasse di qualche metro per fotografare e effettuare riprese, assorbendo quella presenza: quelle statue non erano solo pietra, erano un testamento di ambizione umana, e mi facevano interrogare sul mio lascito personale, su cosa avrei lasciato io dopo aver navigato questo Nilo.
Il Tempio di Nefertari è un canto dedicato alla bellezza e all’amore eterno. Qui, per la prima volta nella storia egizia, le statue della regina hanno la stessa altezza di quelle del faraone: un gesto d’amore e rispetto senza precedenti, che eleva Nefertari al rango di divinità al fianco dello sposo. Varcata la soglia, l’atmosfera cambia drasticamente, la sala è sorretta da colonne sormontate dal volto dolce di Hathor, la dea della gioia, della musica e dell’amore. È come se il tempio stesso sorridesse al visitatore. I bassorilievi non raccontano di cruente battaglie, ma di rituali delicati. Ho osservato incantato le figure di Nefertari mentre offre fiori di loto o suona il sistro; la sua figura è snella, avvolta in abiti leggeri che sembrano quasi muoversi sulla pietra.
Poco più avanti, a pochi passi dal Tempio di Nefertari si apre un varco verso una dimensione diversa e imponente: il tempio di Ramses è un inno alla potenza tonante e al dominio assoluto, incute quasi timore con i suoi colossi alti 20 metri. L’aria del deserto è ancora frizzante mentre la sagoma del Grande Tempio di Abu Simbel si staglia contro il cielo terso. Trovarsi al cospetto dei quattro colossi di Ramses II, scavati direttamente nella roccia, toglie letteralmente il fiato: ti senti minuscolo, un granello di sabbia di fronte all'ambizione di un uomo che voleva farsi dio. Ma è varcando la soglia che l’emozione si trasforma in qualcosa di viscerale. Appena entro, l'oscurità fresca del tempio mi avvolge, e i sensi si risvegliano. Nonostante i turisti, all'interno regna un silenzio denso, quasi solenne. Ogni passo sembra rimbombare tra le enormi colonne che raffigurano il Faraone nelle vesti di Osiride. Camminare lungo la sala ipostila, circondato da pareti interamente istoriate con scene di battaglie e offerte, mi dà i brividi. I colori, incredibilmente conservati dopo tremila anni, sembrano vibrare sotto la luce soffusa. Arrivo finalmente al Sancta Sanctorum, la camera più profonda e sacra. Lì, sedute nell’ombra, le quattro statue divine aspettano il sole. Pensare che gli ingegneri antichi avessero calcolato tutto affinché la luce colpisse il volto di Ramses solo due volte l’anno mi fa sentire parte di un mistero cosmico. C’è un senso di meraviglia che si mescola a una strana malinconia: guardo queste pietre e capisco che l’uomo è riuscito a sconfiggere il tempo. Uscendo, mi volto un’ultima volta, stordito dalla grandezza di ciò che ho appena visto. Non è stata solo una visita turistica; è stato un viaggio a ritroso nel cuore pulsante di una civiltà che non smetterà mai di interrogarci. Una volta fuori, mi sono voltato a guardare entrambi i templi. Il contrasto è perfetto: da una parte la forza bruta e la maestà di un impero, dall’altra la dolcezza e la devozione verso la donna che ha rubato il cuore al più grande dei faraoni. È come se Abu Simbel fosse un dialogo eterno tra il potere e la grazia.
Tornati sulla motonave nel primo pomeriggio, il rientro ad Aswan ha portato un cambio di ritmo, con il pullman che ci ha scaricati vicino alla Grande Diga. Camminando lungo la sommità di quella struttura titanica, ho sentito il rombo delle turbine sotto i piedi e visto il bacino idrico stendersi infinito, un lago artificiale che aveva cambiato per sempre la geografia dell’Egitto. L’aria era calda ora, e mentre la guida spiegava l’impatto della diga sul Nilo – la fertilità conquistata, ma anche le antiche terre sommerse – io pensavo a come l’uomo moderno avesse sfidato gli antichi con le sue opere. Il mio amico mi ha indicato un punto dove il deserto si interrompeva bruscamente contro l’acqua, e abbiamo condiviso un momento di silenzio, ammirando quella convivenza forzata tra natura selvaggia e ingegneria.
Nel pomeriggio l’escursione all’Isola di Philae è stata il coronamento della giornata, un contrasto poetico dopo la monumentalità di Abu Simbel e della diga. Prendendo l’imbarcazione che ci ha portati sull’isola, ho sentito il Nilo accogliermi di nuovo, con il vento che portava profumi di acqua e alghe. Il tempio dedicato alla dea Iside, strappato dalle acque grazie a un’impresa simile a quella di Abu Simbel, si ergeva elegante contro il cielo, con colonne lisce e rilievi delicati che narravano la dea madre e il suo culto. Camminando tra i cortili e le sale ipostile, sotto archi che incorniciavano il lago, ho percepito una femminilità sacra diversa da tutto ciò che avevo visto finora: non potenza brutale, ma grazia resiliente. Mi sono fermato davanti a una statua di Iside che allattava Horus, con la luce del pomeriggio che la accarezzava, e ho pensato a quante generazioni di donne egiziane avessero trovato conforto in quella figura, proprio come io trovavo conforto nel riconoscere che la storia è fatta anche di tenerezza oltre che di grandezza.
La sera ad Aswan, tornando sulla Solaris I, ha avuto il sapore di una conquista condivisa. A cena, il gruppo era animato da racconti vividi di Abu Simbel – “Avete visto gli occhi di Ramesse che sembrano seguirti?” diceva qualcuno – e io assaporavo il pesce del Nilo sentendo che quei momenti collettivi stavano tessendo legami invisibili. Sdraiato in cabina più tardi, con il lago Nasser ancora negli occhi e il Nilo che cullava la nave, ho realizzato che questa giornata mi aveva portato ai confini estremi dell’Egitto antico e moderno, facendomi sentire più connesso che mai a quel fiume eterno e alle storie che porta con sé.
Mercoledì 4 febbraio 2026
Il 4 febbraio 2026 è iniziato con una luce soffusa che preannunciava una giornata più distesa, un interludio gentile tra le escursioni monumentali dei giorni precedenti e l’imminente caos del Cairo. Mi sono svegliato nella cabina della Solaris I alle 6.30 con il Nilo che lambiva piano la fiancata, un suono ritmico e ipnotico che ormai si era intrecciato al mio respiro notturno. Queste mattine senza fretta erano un lusso raro: mi sono alzato con calma, sentendo il tepore umido dell’aria che entrava dall’oblò, e ho iniziato la giornata con gesti lenti – lavarmi il viso con l’acqua fresca, infilarmi pantaloni leggeri e una maglietta di cotone, controllare lo zaino con la bottiglia d’acqua e il cappello. Il mio amico, già in terrazza, mi ha chiamato per condividere il sorgere del sole su Aswan: un disco arancione pallido che emergeva dalle acque calme, tingendo le palme lontane di riflessi dorati e accendendo l’orizzonte con promesse di brezze leggere.
La colazione a bordo è stata un momento di chiacchiere sommesse con il gruppo, ma presto la guida ci ha radunati per l’escursione in feluca, quella imbarcazione tradizionale a vela che evocava mercanti e poeti antichi. Salendo sul legno levigato e caldo, con la brezza mattutina che gonfiava la vela bianca come un respiro vivo, ho sentito un’immediata liberazione: niente motori ruggenti, solo il sibilo del vento e il glissare della corrente, il Nilo che ci cullava dolcemente mentre scivolavamo via da Aswan. Il paesaggio si dispiegava intorno vasto e intimo, le rive verdeggianti dove il deserto arido cedeva a campi di grano ondulati e canne da zucchero alte come giunchi, palme dattilifere che si inchinavano eleganti verso l’acqua con fronde che frusciavano piano, aironi bianchi che si alzavano in volo con ali pigre, disturbati dal nostro passaggio silenzioso. L’acqua era un azzurro profondo, screziato da riflessi solari che danzavano come schegge di cristallo. Mentre la feluca virava lenta verso la riva destra, il Villaggio Nubiano è emerso come un sogno colorato contro la collina sabbiosa: case tinteggiate in blu profondo, giallo ocra caldo, rosso mattone vivo, accatastate in un caos armonioso con tettoie di paglia dorata e recinti di fango screpolato che odoravano di terra umida, fumo di legna e spezie dolci. Le donne nubiane, con veli variopinti che fluttuavano come bandiere e bracciali d’argento che tintinnavano a ogni gesto, ci hanno accolto con sorrisi larghi e genuini, occhi neri luminosi che sembravano custodire storie millenarie. Camminando tra le stradine polverose – dove capre brucavano erbe secche tra mucchi di sabbia e bambini scalzi correvano ridendo con palle di stracci – ho respirato un essenza primordiale, una vita legata al fiume come un patto ancestrale. Un anziano dalla pelle segnata come corteccia, seduto all’ombra di un’acacia nodosa con un narghilè tra le mani, mi ha salutato, quelle facce, quelle mani indurite dal sole, mi ricordavano la fragilità di ogni comunità contro le grandi opere umane, e la mia vita italiana, con le sue comodità prevedibili, mi è parsa improvvisamente altrettanto effimera.
La nostra prima tappa è stata la scuola locale, un luogo semplice ma pieno di energia. Sedersi tra quei banchi è stato come tornare bambini, ma con una sfida inaspettata: una lezione di lingua egiziana e nubiana.
Il docente, con una pazienza infinita e un sorriso contagioso, ci ha guidati attraverso i suoni gutturali e le inflessioni tipiche della loro terra. Ci spiegava le pronunce più complesse, quelle che per noi sembravano quasi impossibili da assimilare; vederlo scrivere quei caratteri antichi sulla lavagna mi ha fatto sentire parte di una cultura che resiste fiera al passare dei millenni.
La visita è proseguita all’interno di una tipica casa nubiana, con i suoi pavimenti di sabbia pulita e le alte volte che mantengono il fresco. Qui ho vissuto un momento di pura adrenalina: ho preso in braccio un piccolo di coccodrillo.
Per fortuna aveva la bocca legata, il che mi ha permesso di studiarlo con calma. La sensazione tattile era incredibile: la pancia era sorprendentemente morbida e vellutata, in totale contrasto con il dorso, coperto da una corazza dura e scabra come la pietra. Un piccolo predatore che racchiude in sé tutta la forza del Nilo.
Per calmarci dopo l’emozione, i padroni di casa ci hanno avvolto nel loro calore tipico, offrendoci il ristoro perfetto per il clima africano: Karkadè fresco: di un rosso rubino intenso, dissetante e aspro al punto giusto e Tè alla menta bollente: Servito come vuole la tradizione, profumatissimo grazie alle erbe fresche appena raccolte e addolcito con generoso zucchero grezzo.
Sorseggiare quel tè mentre l’aroma della menta si fondeva con l’odore del deserto è stato il modo perfetto per concludere la giornata. La Nubia non si visita solo con gli occhi, si vive con tutti i sensi.
Tornati sulla feluca per il rientro, il paesaggio naturale ha ripreso possesso dei sensi, amplificato dalla luce del mattino ormai alto: isolette coperte di loto acquatico e papiri selvatici, banchi di sabbia che emergevano come dune galleggianti screziate di verde, rive lontane dove il deserto riprendeva il dominio interrotto solo da filari di palme sentinelle, ibis sacri appollaiati immobili come statue viventi. La brezza portava aromi di terra fertile e fiori d’acqua, e mentre la vela sbatteva piano, ho chiuso gli occhi lasciando che quel fluire mi dissolvesse dentro, un bagno di pace che scioglieva i residui di stanchezza e apriva spazio a riflessioni silenziose sulla resilienza della vita lungo il fiume.
Il pomeriggio ha segnato un cambio netto con il trasferimento all’aeroporto di Aswan per il volo delle 17:40 verso Il Cairo. L’attesa tra i banchi duty-free, con il gruppo che si sparpagliava per consumazioni al bar, ha avuto un sapore di transizione: dal sud rurale alla capitale caotica. Salendo sull’aereo ho preso posto vicino al finestrino col mio amico accanto, e durante quel volo breve ma intenso – appena un’ora e venti – ho osservato il Nilo serpenteggiare sotto di noi come una vena verde che tagliava il deserto infinito, laghi artificiali che scintillavano come specchi rotti, dune che si susseguivano in onde dorate fino all’orizzonte urbano. Il cuore accelerava per l’attesa del Cairo, quella megalopoli che dal cielo appariva come un tappeto di luci nascenti, un formicaio umano che inghiottiva ogni prospettiva. Atterrati alle 19:00, l’uscita dall’aeroporto mi ha avvolto in un’onda sensoriale: aria calda e umida satura di benzina, spezie di street food arrostito, clacson incessanti e un brusio poliglotta che riempiva ogni spazio. La guida locale ci attendeva con un cartello, e il pullman ha sfilato tra arterie illuminate a giorno – piramidi di neon pubblicitari, moschee e minareti che trafiggevano il cielo, il Nilo che scintillava sotto i ponti come un nastro d’argento vivo percorso da feluche illuminate.
Giovedì 5 febbraio 2026
Il 5 febbraio 2026 si è aperto con una luce artificiale e dinamica del Cairo che filtrava attraverso le tende pesanti della mia stanza all’Hotel Hyatt Centric, un bagliore che portava con sé il ronzio lontano di clacson e il canto sommesso di un muezzin all’alba. Mi sono svegliato alle 06.30 con il corpo ancora pregno della serenità fluviale dei giorni sul Nilo, ma quell’aria vibrante della megalopoli mi ha riportato bruscamente a una realtà più intensa, quella di una giornata che sentivo già carica di significato profondo. L’eccitazione era un’emozione matura, quasi solenne: oggi avrei affrontato le piramidi non come un semplice turista, ma come un uomo che cerca di misurarsi con l’eterno, col mio amico e il nostro gruppo di dieci persone ormai unito da un’intimità forgiata dalle meraviglie condivise. Mi sono preparato con gesti rituali, spalmando crema solare sulle braccia segnate dal sole dei giorni precedenti, infilando scarpe comode e un cappello estivo, conscio che il deserto di Giza avrebbe preteso rispetto totale.
La colazione in hotel è stata un preludio frettoloso ma carico di attesa, con il gruppo che si scambiava sguardi complici, tutti consapevoli nel sapere che stavamo per sfiorare l’icona suprema dell’umanità, l’unica delle sette meraviglie del mondo antico ancora esistente e stavamo per toccare il simbolo per eccellenza dell’Egitto. Dopo la colazione abbiamo incontrato la guida locale del Cairo, un uomo sui 40 anni di età molto educato e preparato che ci ha fatto salire sul bus. Il pullman ha serpeggiato attraverso il caos mattutino del Cairo, arterie intasate di motorini e carretti, fino a quando le piramidi di Cheope, Chefren e Micerino non sono emerse all’orizzonte come entità vive, masse geometriche perfette che trafiggevano il deserto giallo oro sotto un cielo di un azzurro crudele e implacabile. Quando l’autobus ha svoltato l’ultima curva della strada e le sagome della piana di Giza sono apparse all’orizzonte, il respiro mi si è mozzato in gola. Le avevo viste in mille fotografie, studiate sui libri di scuola e ammirate in innumerevoli documentari, ma nulla mi aveva preparato alla loro mole titanica e alla forza che emanano dal vivo. Scendendo dal veicolo, un vento caldo e sabbioso mi ha schiaffeggiato il viso, portando granelli fini che si infilavano ovunque, e ho sentito un brivido primordiale salire dalla spina dorsale: era come se il tempo si fosse contratto, portando me, un uomo del ventunesimo secolo, faccia a faccia con un sogno collettivo vecchio di millenni.
Arrivare ai piedi della Piramide di Cheope è stata un’esperienza che ha ridimensionato immediatamente il mio ego, facendomi sentire un puntino infinitesimale davanti a quegli enormi blocchi di calcare pesanti tonnellate, impilati con una precisione che sfida ancora oggi la logica moderna. Ho appoggiato la mano sulla pietra calda, scaldata dal sole implacabile del Sahara, e per un istante ho avuto l’impressione che il peso di oltre quattromila anni di storia mi scorresse sotto le dita. Queste costruzioni non sono semplici tombe, ma vere e proprie sfide lanciate all’eternità. Guardando verso la cima, dove il cielo blu cobalto sembra quasi toccare la punta della piramide di Chefren, mi sono chiesto come sia stato possibile per l’uomo concepire e realizzare una tale grandezza. Porterò con me l’odore del deserto, quel misto di sabbia arida e vento caldo, e l’incredibile contrasto cromatico tra il giallo ocra delle pietre e l’azzurro irreale del cielo. Mentre il sole splendeva sulla piana di Giza, ho compreso profondamente perché questa sia l’unica delle sette meraviglie del mondo antico ancora in piedi: non è solo architettura, è la prova tangibile che l’essere umano può davvero sfiorare l’infinito. Sfiorando i blocchi colossali della Grande Piramide di Cheope, ho lasciato che lo sguardo si perdesse lungo quella superficie aspra e solcata dal tempo. In quel momento, non ho immaginato solo il fragore del cantiere, il sudore o le grida delle migliaia di operai, ma il silenzio assoluto di chi aveva concepito un simile, impossibile trionfo sulla morte. Un’emozione densa mi ha stretto il petto, un groviglio di umiltà e vertigine: quelle pietre non erano un semplice spettacolo per gli occhi, ma un monito solenne sulla nostra mortalità e, al contempo, sulla nostra disperata voglia di eterno.
La Sfinge mi ha atteso poco dopo, emergendo dalla roccia naturale come un leone accovacciato a immagine di Chefren, il suo corpo massiccio eroso ma indomito, gli occhi vuoti che sembravano bucarmi l’anima con una saggezza antica e imperscrutabile. Mi sono fermato a pochi metri da lei, il cuore che accelerava piano, sentendo il suo mistero avvolgermi come una nebbia calda: non era solo una statua, era un guardiano che giudicava tacitamente ogni visitatore, un enigma sfregiato da sabbia e vandali ma eterno nella sua posa regale, che evocava in me un timore reverenziale misto a una pace profonda, come se mi stesse sussurrando che alcuni segreti sono belli proprio perché restano tali. Il mio amico ha tentato una battuta leggera sul fatto che i nostri acciacchi fossero niente rispetto ai suoi millenni, e quella risata condivisa ha sciolto il nodo emotivo, permettendomi di ammirarla, assorbendo ogni angolazione – il naso mancante come cicatrice di storia, la coda leonina che si perdeva nella duna – con un senso di comunione intima, quasi personale, che mi ha lasciato stordito e rinato.
Nel pomeriggio, la necropoli di Saqqara ha portato un contrasto più raccolto, intimo, come un ritorno alle origini dopo l’abbaglio di Giza. La Piramide a gradoni di Zoser si ergeva tra palme isolate e rovine sussurranti, la sua forma scalinata – primo balbettio verso la perfezione piramidale – che mi ha colpito per la sua umanità imperfetta, un prototipo geniale nato dalla mente di Imhotep. Visitando la necropoli di Saqqara ho sfiorato con gli occhi geroglifici domestici sulle pareti – pescatori che tiravano reti sul Nilo, servi che offrivano pane e birra, scene di aratura minuziose – e un'onda di tenerezza mi ha invaso, rendendo quegli antichi egizi non divinità lontane ma vicini nella loro quotidianità, con i loro affanni e gioie familiari. L’emozione qui era diversa, più malinconica e riflessiva: quelle immagini di vita ordinaria mi parlavano di cicli eterni, del coraggio di innovare da un prototipo grezzo verso l’aspirazione infinita, eco delle mie battaglie personali dove ogni passo incerto porta verso una forma più compiuta di esistenza.
Venerdì 6 febbraio 2026
Il 6 febbraio 2026 si è annunciato con una luce grigia e lattiginosa che filtrava dalle tende dell’Hotel Hyatt Centric, il Cairo che si svegliava con il suo coro caotico di clacson e venditori ambulanti, un ritmo urbano che mi ha strappato piano dal sonno dopo le emozioni crude del deserto. Mi sono svegliato alle 7:00, con addosso quella spossatezza tipica di chi ha sacrificato ore di sonno alle albe egiziane; una stanchezza tuttavia appagante, figlia di giorni colmi di meraviglie che ti riempiono l’anima. Nonostante il peso delle palpebre, sentivo una curiosità rinnovata per una giornata che prometteva di essere un mosaico perfetto, capace di intrecciare il fascino dell’antico Egitto, le atmosfere dell’Islam medievale e la vita pulsante e verace delle strade odierne. Il mio amico a colazione ha commentato con il suo solito umorismo che dopo le piramidi oggi avremmo visto “il meglio della storia stipata in un museo”, e quel tono leggero ha sciolto l’attesa, rendendomi pronto a immergermi nel cuore culturale della città con il nostro gruppo ormai come una famiglia estemporanea.
La mattinata al Grande Museo Egizio, il GEM, è stata un’immersione totale, un viaggio nel tempo che ha iniziato con l’ingresso monumentale e proseguito in sale vaste come cattedrali laiche. all’ingresso la statua colossale di Ramesse II, maestosa e imponente, mi ha sovrastato con la sua presenza regale, muscoli scolpiti e sguardo altero che evocavano non solo potenza faraonica ma una solitudine regale, facendomi interrogare sul prezzo dell’ambizione eterna che avevo intravisto ad Abu Simbel; lì, nel silenzio reverenziale della sala, mi sono fermato a lungo, lasciando che quell’energia mi penetrasse, un confronto intimo che mi ha lasciato con gli occhi umidi e il cuore gonfio di gratitudine per essere vivo in quel momento.
Davanti al tesoro di Tutankhamon – la maschera d’oro che splendeva sotto luci soffuse, occhi di lapislazzuli che sembravano vivi, cofani pieni di gioielli che sussurravano di un ragazzo-faraone morto troppo presto – ho sentito un’onda emotiva montarmi dentro, un misto di stupore infantile e malinconia adulta per vite interrotte e tesori sepolti.
Il pomeriggio alla Cittadella, edificata dal Saladino, ha portato un cambio epocale, dal politeismo egizio all’islam trionfante, con la Moschea di Muhammad Alì che si ergeva candida e slanciata contro il cielo. Entrando scalzo nel vasto cortile, l’aria fresca dei marmi ha raffreddato i miei piedi accaldati, e inginocchiandomi in preghiera silenziosa non religiosa ma contemplativa, ho sentito la pace avvolgermi come un velo: i minareti gemelli che trafiggevano l’orizzonte, la cupola bulbosa che rifletteva la luce in bagliori lattescenti, il richiamo ecoico degli altoparlanti che invitava alla preghiera. Era un’emozione diversa, più spirituale e astratta rispetto ai templi pagani: qui non c’era la celebrazione della morte eterna ma della sottomissione quotidiana a qualcosa di più grande, e mentre osservavo i fedeli prostrati sui tappeti, un senso di umiltà mi ha invaso, facendomi riflettere su come la fede, in ogni epoca, cerchi di domare il caos interiore con geometrie celesti; Il mio amico, poco lontano, ha mormorato qualcosa sul “salto dal faraone al sultano, ma io ero perso in quella quiete sacra, un’oasi nel turbine cairota che mi ha riconciliato con la mia finitezza umana.
Nel tardo pomeriggio al grande bazar di Khan El-Khalili, il mercato più antico del mondo, ha capovolto tutto in un’esplosione sensoriale viva e caotica, un labirinto di vicoli stretti dove l’aria era satura di spezie piccanti, incensi dolci e sudore umano. Camminando tra bancarelle illuminate da lampade di ottone che oscillavano come stelle cadenti, con mercanti che mi tiravano per la manica offrendo lanterne cesellate, papiri e tè alla menta in bicchieri caldi, ho sentito un’adrenalina primordiale, un misto di euforia e sovraccarico che accelerava il polso. Ogni angolo era un assalto ai sensi, tappeti annodati a mano che pendevano come cascate colorate, gioielli d’argento che tintinnavano, voci che urlavano prezzi in arabo. Questo non era un museo statico, ma il polso pulsante dell’Egitto contemporaneo, dove la storia si mescolava al commercio eterno e ogni acquisto era un pezzetto di caos ordinato portato a casa. Uscendo dal bazar con il gruppo mi sentivo euforico e stanco, come dopo una danza con la vita stessa.
Sabato 7 febbraio 2026
Il 7 febbraio 2026 è arrivato come un epilogo inevitabile, che avrebbe richiesto un risveglio anticipato prima dell’alba, svegliandomi all’Hotel Hyatt Centric alle 4.00 e portando con sé il ronzio familiare del Cairo che si svegliava ma anche un senso di chiusura dolceamara che mi stringeva il petto. Mi sono alzato un po stanco dopo una settimana intensa con risvegli troppo anticipati rispetto al mio standard e tanto sonno perso, ma con la mente ancora satura di immagini che faticavano a sedimentarsi – sapendo che questa sarebbe stata l’ultima giornata in Egitto, un commiato lento prima del volo delle 09:05 che ci avrebbe riportati a Verona.
Il trasferimento in aeroporto è stato un rituale quieto, il pullman che filava attraverso le arterie mattutine del Cairo ancora intasate ma familiari ormai, con il Nilo che scintillava un’ultima volta sotto i ponti come un saluto discreto. Guardavo fuori dal finestrino le moschee lontane, i minareti che trafiggevano il cielo terso, i venditori sui marciapiedi, e un’onda di nostalgia mi ha travolto in anticipo: non per i luoghi in sé, ma per la versione di me che avevo scoperto lungo quel fiume, più aperto, più presente, meno appesantito dalle routine quotidiane. I viaggi non sono più solo avventure esterne: sono specchi interiori, e l’Egitto mi aveva mostrato un uomo capace di stupirsi ancora, di ridere col mio amico davanti a coccodrilli divini, di tacere reverenziale davanti alla Sfinge, di contrattare nel caos di Khan el-Khalili con il gruppo che era diventato una piccola tribù. Il check-in in aeroporto, tra code ordinate e controlli di sicurezza, ha avuto il sapore di un congedo formale, con alcuni compagni di viaggio che si scambiavano promesse di “ci vediamo presto”, ma io sentivo già la separazione incombere, quel momento in cui le esperienze condivise si frammentano in ricordi individuali.
Aspettando l’imbarco, seduto vicino a un gate affollato, ho consumato la colazione a sacco che avevo ritirato all’uscita dall’hotel e ho lasciato che i pensieri sul ritorno a casa mi avvolgessero come una coperta familiare ma un po' stretta. Verona mi attendeva con il suo cielo spesso nuvoloso, le strade ordinate, la casa con il suo ordine prevedibile, il lavoro che avrebbe reclamato attenzione immediata, ma ora tutto sembrava più piccolo, più provinciale dopo le proporzioni titaniche delle piramidi e la fluidità eterna del Nilo. Mi chiedevo come avrei reintegrato queste emozioni nella vita di tutti i giorni: le foto sul telefono sarebbero bastate a ravvivare la Valle dei Re nei pomeriggi piovosi? Le battute col mio amico e col gruppo avrebbero echeggiato il calore nubiano? Un senso di conclusione dolce mi pervadeva, non rimpianto ma accettazione profonda – questo viaggio era stato un dono temporaneo, un’interruzione che aveva ricaricato l’anima, ricordandomi che il tempo non è infinito ma sufficiente per creare nuovi capitoli se si sa guardare oltre l’orizzonte abituale. Il gruppo si è salutato con abbracci calorosi prima dell’imbarco, promesse sincere di rimanere in contatto, e salendo sull’aereo ho sentito un ultimo nodo in gola, guardando dal finestrino il Cairo rimpicciolire sotto di noi, un mosaico di luci e ombre che svaniva nel deserto.

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